Estranei

“D edicato a una piccola matita.
Sono le tre di notte. Sono appena tornata a casa dopo una serata sentimentalmente stressante. Sguardi, sorrisi, odori e parole che mi fanno agitare, che mi gonfiano il petto eo  provocano immagini oniriche che neanche il peggior film di Fabio Volo potrà mai eguagliare. Ah, l’amore. Un sospiro che ci accomuna. É uguale per tutti e tutte. Non ne é immune neanche chi lo disprezza. 
Sento le lacrime affiorare, ma non voglio sopportarle. Chiudo gli occhi e cambio pensiero: ho imparato a farlo nel corso degli anni, a sfogliare la mia mente come fosse un dizionario. Posso andare alla ricerca dell’immagine migliore. Soffro di fervida fantasia, così che anche il pensiero più insignificante può d’un tratto divenire una lunghissima storia sulla quale pormi domande, facendola diventare un problema esistenziale.
Decido di ascoltare della musica. Musica buona. Melodie un po’ nostalgiche, voci spezzate che cantano solo una strofa per un’intera canzone. Mi siedo sul terrazzo di casa mia, e mi accendo una sigaretta. Il vento che si strofina su di me é caldo, avvolgente, e mi rilassa come fosse una carezza. Chiudo gli occhi, e ascolto le note che danzano fino a me dall’interno dell’appartamento. Fluttuano nell’aria, mi circondano e poi si allontanano leggiadre nella notte. Mi sembra di poterle osservare mentre volano via. Mi sembra di poterle toccare mentre giungono a me. La mia vita non é perfetta, forse non é neanche quella che volevo realmente: ma in questo momento non chiedo altro che di stare dove sto.
Mi guardo attorno, e noto che nel palazzo di fronte al mio tutte le luci sono spente, eccetto una. Sempre la solita, e sempre il solito volto che lí sbuca. Mi capita spesso di vedere quell’uomo affacciato alla finestra, giorno o notte che sia. Non l’ho mai incontrato per strada. Non ci siamo mai rivolti la parola. Non saprei riconoscere il suo viso tra tanti altri. Ma so chi é, so perfettamente il modo in cui guarda attorno a sé da quella finestra. Sono le tre di notte, la sua é l’unica luce accesa in tutto il palazzo, e a me pare l’unica luce accesa in tutta la via. Esistiamo solo noi due, in questo momento. Ci sono delle volte in cui lo cerco, e rimango delusa se non lo trovo. Ci sono volte, come questa, in cui invece mi sorprende vederlo. Cosa starà facendo, a chi starà pensando, con chi sarà, come sarà il suono della sua voce? É così strano non potergli fare alcuna di queste domande: non avremo forse mai modo neanche di incrociare gli sguardi, o di scusarci perché camminando distratti ci blocchiamo la strada a vicenda, o di aiutarci a raccogliere qualcosa che ci é caduto dalle mani. Non potremo mai farlo, perché non abbiamo idea di come siamo fatti. Il palazzo non é troppo lontano dal mio, ma lo é abbastanza da non permetterci di osservarci con attenzione. Io guardo quell’uomo e sono sicura che lui guarda me, ma solo guardare ci é concesso. Ci separano metri e metri di vuoto. Forse anni interi di vita. Provo a immaginarmi la sua.
Avrà sì e no trent’anni, i capelli ondulati e castani, forse troppo lunghi, poco curati. E avrà degli occhi di quercia, piccoli e seri, e una barba incolta. Vivrà da solo, accompagnato solo a volte da qualche donna inspiegabilmente attratta da quel suo stare alla finestra e guardare lontano. Lavorerà in qualche ufficio, davanti a un computer, sognando prospettive migliori, impegnandosi poco per realizzarle. Sarà anestetizzato alla vita come lo é la maggior parte della gente, ma in lui ci sarà la consapevolezza di questa situazione. Lotterà ogni giorno per non finirla, non per continuare. Questa sottile differenza la sapranno cogliere in pochi oltre a lui. E qui mi fermo, perché ho capito che immaginarlo non serve. Ipotizzare i suoi stati d’animo é irrispettoso e inconcludente. Posso invece salutarlo da lontano, con un cenno della mano; posso sorridergli sperando che lui riesca a vedermi, e posso trovare un modo per incontrarlo, e per parlarci. A conoscerlo potrebbe anche non piacermi, potrei trovarlo sgradevole o non avere nulla in comune con lui. E allora ogni illusione che ho costruito fino ad ora guardandolo crollerebbe, e diverrebbe prima una delusione, e poi una serena accettazione. Mi piace osservare, ma devo imparare ad agire, a essere la prima a compiere un passo, a fare qualcosa. E quel qualcosa devo farlo il prima possibile, devo farlo ora. Perché, come recita la battuta di un film visto di recente, con la colonna sonora che sto ascoltando proprio in questo momento, “ogni minuto che passa é un’occasione per rivoluzionare tutto completamente”. Sento di me montare la soddisfazione di aver imparato veramente una lezione. Socchiudo gli occhi per fare un respiro profondo prima di agitare la mano in saluto a questo estraneo che, anche non volendolo, si é ritrovato ad essere il centro dei miei pensieri più di una volta, più di quanto non lo siano state tante persone che conosco di persona.
Riapro gli occhi.
La luce dell’appartamento si é spenta, la finestra si confonde con tutte quelle del palazzo, in un buio mortale che inizialmente mi disorienta. Non c’é già più traccia di lui. Senza parole aguzzo a vista, ma niente. É andato. Non ho più possibilità, per questa notte. Spengo la sigaretta e mi alzo, entro in casa. Spengo la musica, le note non danzano più. Spengo anche la luce.
Rivoluzionerò tutto domani.”

Posted in La Rubrica di Adry.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *