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Le vite degli altri

Rubo deliberatamente il titolo a un film di Florian Henckel von Donnesmarck, del 2006, e dedico questo breve pezzo a un amico importante (N). Per ridere un po’, e per provare a trovare una giustificazione a un mio irreversibile difetto.

Penso che in molti abbiano visto il film Le Vite Degli Altri –SPOILER ALERT: se non l’avete visto (e magari avete intenzione di farlo), sappiate che leggendo le prossime righe rivelerò in poche parole tutta la trama. Vorrei non doverlo fare, ma è necessario allo scopo del post-.

È un film tedesco ambientato nella Berlino Est ai tempi del Muro. Il protagonista è un pelato della Stasi, freddo e severo, riservato e profondamente solo. Un soggetto adatto al lavoro che ha il compito di svolgere. Altro personaggio fondamentale è un famoso scrittore di sceneggiature da teatro della città, compagno di un’attrice che spesso le interpreta. Malgrado lo scrittore goda di fama e di simpatie da tutto il Partito, stagna in lui lo sconforto e la consapevolezza della realtà dei fatti: un musicista e compositore, suo caro amico, non può più suonare e comporre a causa di non si sa quale antipatia da parte di non si sa quale elemento del Partito. Gli viene, insomma, vietato di fare quello che nella vita preferisce e ama di più in assoluto. Arriva addirittura a suicidarsi per questo, e lo scrittore ne rimane profondamente scosso. Decide dunque di scrivere un lungo trattato su un argomento scomodo al partito, ovvero l’alto tasso di suicidi nella Berlino est. Il trattato verrà pubblicato su un giornale della parte occidentale della città, e lo scrittore, nel momento in cui ne inizia la stesura, viene subito sospettato di tradimento- anche se per altri, molto intriganti ma troppo lunghi e dispersivi, motivi. Quel bel giorno (e dico “bel” perché è davvero un bello, importante, rivoluzionario giorno, per la vita di questi personaggi) viene dato l’incarico al pelato della Stasi di tenere sotto controllo, tramite telecamere e microfoni nascosti, lo scrittore. Dovrà scrivere dei verbali in cui descrive per filo e per segno le sue giornate. Insomma, dovrà fare quello che fa da sempre, col suo solito fare rigido e gelido, d’inverno. Pian piano che il tempo passa, il pelato rimane sempre più affascinato dalla vita dello scrittore e della sua compagna, e passa gradualmente da essere loro nemico a diventare un loro complice. Inizia a coprirli nella loro attività considerata illegale, a modificare i verbali, venendo meno ai suoi stessi doveri, e ai principi di una vita. In poche parole, salva lo scrittore da condanna certa. Questo è il succo del discorso. Ricordo una scena in particolare: il pelato sta ascoltando e osservando lo scrittore suonare al pianoforte una musica, “Sonata Per Un Uomo Buono”, da uno spartito che gli aveva regalato al compleanno l’amico compositore, che poco dopo si era ucciso. La musica è dolce, lenta, accattivante. Lo scrittore dice: “Penso a cosa ha detto Lenin della ‘Appassionata’ di Beethoven: <>. Ma come fa, chi ha ascoltato questa musica… ma veramente ascoltato… a rimanere cattivo?”. Il pelato, mentre l’ascolta, piange, commosso, e il suo atteggiamento da lì, nei confronti dello scrittore,cambia radicalmente.

Dopo aver visto questo film mi sono sentita come ci si sente sempre dopo aver visto un lungometraggio, o letto un libro, o parlato con qualcuno in qualche modo ispiratore: colma di pensieri, propositiva e desiderosa di provare ancora, per sempre, la stessa sensazione. Oltre che, ovviamente, un po’ confusa, come il terriccio smosso nel letto di un fiume durante una forte pioggia. Così mi sono posta qualche domanda, e mi sono data qualche risposta. Per esempio: perché le storie di spionaggio, in cui quindi si presta una particolare attenzione a un personaggio, anche se a sua totale insaputa, mi affascinano così tanto? Perché, insomma, a volte sento la necessità di sapere tutto? Non sto parlando del gossip spicciolo, che è quello che è, divertente nel senso più blando, che fa ridere e contribuisce in una certa misura a conoscere e far parte di un gruppo, e un po’ disseta quella voglia di farsi gli affari degli altri- malattia della quale, bene o male, soffriamo tutti. No, sto parlando della voglia di conoscere per filo e per segno la vita di un’altra persona. Veramente, profondamente, nella fattispecie. Probabilmente il tutto ha a che vedere con la mia pulsione al controllo, che riscontro in quasi tutte le attività che svolgo. Ma, più superficialmente, evitando di fare qui una noiosa autoanalisi, la questione è che, in realtà, la cosa mi diverte. Non nel banale senso di prima, ma nel senso che mi incuriosisce: quando ho la possibilità di conoscere qualcuno che reputo interessante in modo approfondito, intimo e confidenziale, sento di aver davanti a me un’opportunità immensa. Guardare il suo mondo, in piccola parte farne parte, ed esserne quindi al tempo stesso un po’ artefice e un po’ spettatrice, è una gran cosa. Da questo nascono i rapporti d’amore, e le amicizie più strette. Dal farsi conoscere in lungo e in largo, in ogni centimetro di difetto o di pregio. Cosa che implica, inevitabilmente, conseguenze negative e non: litigi, screzi, prese d’atto dell’incompatibilità assoluta con l’altro, ma anche momenti di condivisione, d’intimità e complicità sinceri, a cui dar valore, da conservare avidamente. Creare un rapporto simile, quindi tanto solido, è un traguardo difficile e tortuoso da raggiungere, ma realizzabile, e capace di dare, anche solo qualche volta, un po’ di calore- di affetto, di vicinanza. Non so cosa mi spaventi tanto della solitudine, del silenzio e dell’apatia (o forse sì?); ma per certo so che questo addentrarmi nelle vite degli altri è diventato il mio antidoto appunto alla solitudine, al silenzio e all’apatia. Tre brutte, orrende cose, sostituite da un unico, piccolo modo di fare.

O meglio, questa è la mia visione romantica di quello che, in realtà, è considerato a tutti gli effetti un vizio fastidioso e inutile. Alla stregua dei drogati, io cerco una giustificazione a questo brutto lato di me, che raramente riesco ad assopire. Le volte che ho provato a farlo mi sentivo come bloccata: negare a sé stessi i propri difetti è infruttuoso, e intellettualmente disonesto. Quindi non tenterò più di farlo. Forse qualche volta scanserò la voglia, metterò da parte il difetto, giusto per non renderlo controproducente e allontanare chi, proprio a causa di quel difetto, di quella voglia, ho fatto tanto fatica ad avvicinare.”

Tutti I Nostri Post...Buona Lettura.

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