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Scrivere…non scrivere…è questo il dilemma?

Un pomeriggio mio padre, tornato a casa dopo otto ore passate in ufficio a sgobbare, mi ha chiesto cosa avessi fatto di costruttivo durante la mia giornata; allora io, tutta tronfia, gli ho risposto che avevo scritto un po’. Lui si è messo a ridere di gusto e mi ha mandata affanculo.
E questa, più o meno, sarebbe la reazione di ogni persona che si alza la mattina presto per spaccarsi la schiena o i coglioni al lavoro. Non biasimo mio padre, né chiunque altro m’avrebbe risposto allo stesso modo. È il prezzo da pagare quando, alla classica domanda che si rivolge a ogni ragazzino, “cosa vuoi fare da grande?”, la risposta non rientra negli standard comuni, o pare stupida. Come la mia, di risposta, che da sempre è: “mi piacerebbe potermi guadagnare da vivere scrivendo”. E il prezzo diviene più alto col passare del tempo, perché ora che ho 21 anni e il mio obbiettivo rimane diventare una scrittrice e nulla più, la questione è capire se effettivamente sono già diventata “grande”, o se posso ancora permettermi il lusso di perdere tempo a rimuginare su questo genere di cose, e sognare, come una bimba. Probabilmente ci si aspetterebbe da me un po’ più di concretezza, obbiettivi un po’ più redditizi, desideri diversi…
Mi chiamo Adriana, come la mia nonna paterna, la donna che mi ha insegnato a leggere e a scrivere prima ancora che andassi a scuola, la donna che, quando avevo 6 anni, mi ha regalato il mio primissimo libro, Il Fantastico Mondo Delle Fiabe Dei Fratelli Grimm. Un’edizione del 1984, la copertina rigida di un viola pastello, le pagine spesse e morbide, delle illustrazioni pazzesche che accompagnavano storie dolcissime. Non saprei dire se c’è stato un momento in particolare, nella mia vita, in cui ho capito di voler scrivere, per sempre. Ma se c’è stato, molto probabilmente è stato quello in cui ho ricevuto il libro dei Grimm. Chi ha letto L’Alchimista, di Paulo Coelho, sa che ognuno di noi ha una Leggenda Personale da portare avanti, una missione da compiere: soltanto il diretto interessato la può conoscere, e decidere se condurla a termine o meno; chi la conosce è molto fortunato e potrà scrivere tale Leggenda seguendo e comprendendo meglio il suo proprio destino. Per carità, non voglio annoiare a morte nessuno con questa pseudo-cazzata pseudo-new wave: io nel destino neanche ci credo, in realtà. Ma credo fermamente nella lotta e nella resistenza, in ogni senso possibile. Dunque penso sia in un certo senso necessario combattere per realizzare un sogno, nonostante le avversità che si presentano costantemente. O almeno, è necessario provare a farlo, con pazienza e tenacia, mettendo tuttavia in conto di poter anche fallire. Perché ho sentito troppe persone lamentarsi di quel che avrebbero potuto fare e a cui invece hanno rinunciato, e di sicuro non intendo entrare in questa categoria. Quindi temo che la storia della Leggenda Personale abbia un pizzico di verità: quando fai qualcosa e percepisci perfettamente dentro di te la consapevolezza che è l’unica che vorresti fare per il resto dei tuoi giorni, e anche di più. L’unica per cui la morte sì che diventa una seccatura, perché smettere di respirare significherebbe anche smettere di farla- morire significherebbe rinunciare alla passione, all’amore che t’invade ogni volta che la fai.
Ecco, quando dico “scrivere” intendo proprio questo, pur riconoscendo le mie immancabili lacune e la mia ovvia imperfezione. Non sono di certo Celine, né Poe, né altri scrittori con i contro cazzi, di quelli che mi piacciono tanto. Ma, parafrasando quel che ha detto una volta una mia cara amica, per scrivere bene ci vuole un poco di presunzione, ed evitare di continuare a fare paragoni inutili e autocritiche assai poco costruttive.
Detto ciò, svelo la mia contraddizione: sto lavorando a un romanzo da 5 anni ormai ma non sono mai andata oltre il primo capitolo. L’ho cominciato, diciassettenne, dopo aver sognato l’intera storia in una notte: desideravo (e desidero tutt’ora) descrivere quel mio lungo sogno nei minimi dettagli, cercando di esprimere ogni sensazione che ho provato, di descrivere ogni immagine che si è presentata nella mia mente a occhi chiusi, quella volta. E non ci sono mai riuscita. Ho scritto a mano pagine e pagine, ne ho pure stampata qualcuna trascrivendo tutto al computer, ho sprecato un’infinità di nastri della mia Olivetti durante le giornate d’ispirazione… eppure ho cancellato, stracciato e buttato via tutto perché, a una seconda lettura, quel che avevo scritto mi deludeva nella forma e nei contenuti, e mai mi sembrava svilupparsi nel giusto modo. O in quello che io ritenevo “giusto”, perlomeno. Così ho in testa la storia, del tutto completa, ma non riesco mai ad arrivare oltre la quindicesima o, al massimo, ventesima pagina. Non che abbia in mente solo quella: ho provato anche a scrivere più romanzi contemporaneamente, ma ogni volta va a finire che sento che a far troppo non concludo niente, e allora lascio perdere. C’è anche da dire che non mi piace molto espormi a critiche né a complimenti: il debole frutto del mio lavoro hanno avuto l’onore (o la disgrazia) di leggerlo solamente una mia professoressa di italiano e un ragazzo, conosciuto da poco, che mi pareva potesse capirmi. Ma non ho mai voluto pareri da parte loro, anche se immagino che avrebbero desiderato darmeli: solo che non ci riesco, forse per paura di non essere capita, ma ancor di più per la paura di sentirmi dire che sì, posso farcela davvero, sto facendo la cosa giusta, mi ci devo dedicare per tutta la vita. So che riuscirei a sbloccarmi e a darmi davvero da fare solo facendo leggere qualcosa alle persone a cui tengo di più e che ritengo più adatte, ma questo vorrebbe dire fare un passo che non ho mai avuto il coraggio di fare. La tragedia con cui ne parlo non è di facciata, si badi a questo. La mia paura più grande rimane la vita in generale, il suo senso, le persone che la popolano, il modo in cui lei si intreccia a quella di altri. Se potessi capirci di più, risolverei un bel po’ di problemi. Ma penso che questo sia un beneficio che non spetta ad anima viva, quindi tant’è…
Mi metto al lavoro, dai. Forse oggi alla ventunesima pagina ci arrivo.

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